Informazione + Formazione + Addestramento = Cambiamento


Come abbiamo visto nel precedente post, il D.Lgs. 81/2008 e ss.mm.ii. in vigore da circa un decennio (9 anni), sostituente un D.Lgs. ancor più datato – il D.Lgs. 626/1994 – ha come fine ultimo la riduzione degli infortuni in termini sia di gravità che di frequenza e la prevenzione dall’insorgenza delle malattie professionali.
Come si potrà evincere dal post di oggi, queste finalità non sempre vengono centrate ed ancora oggi faticano ad essere recepite ed attuate. È inoltre possibile che il Datore di Lavoro di un’impresa possa cadere in errore di ritenersi “a norma” pur non essendolo.
Il paradosso è rappresentato dalla tendenza sempre più radicata di un mero adempimento formale degli obblighi in materia, a discapito dei contenuti e dell’efficacia.

Questo post nasce quindi con l’obiettivo di contribuire alla cultura della prevenzione ed alla soluzione delle problematiche legate alla salute e sicurezza sul lavoro tema strettamente correlato alla prevenzione.

Innanzitutto è necessario far applicare le norme già esistenti ma, la cultura della sicurezza deve venire prima di ogni altra cosa. L’obiettivo di ridurre il numero degli incidenti sul lavoro lo si può ottenere puntando su alcune azioni: formazione, informazione, addestramento: le aziende sono fatte di persone e sulle persone bisogna investire.

La fallibilità è una caratteristica dell’essere umano. Noi non possiamo cambiare l’essere umano, ma possiamo cambiare le condizioni in cui gli esseri umani operano” (James Reason, 2003)

Ricapitolando…la Formazione è un elemento per fare Prevenzione

La Formazione racchiude in sé anche (e non solo) gli obiettivi delle attività di Informazione e Addestramento che comprendono:

  • Informazione: Comunicazione rivolta ai lavoratori su rischi, misure di prevenzione e protezione, procedure, organizzazione del lavoro.
  • Addestramento: Comunicazione rivolta a gruppi omogenei al fine di incrementare competenza e professionalità. È tesa a modificare i comportamenti.

Per cui, per ridurre il danno formi il lavoratore dandogli tutte le informazioni per evitare il rischio; metti in campo l’uso dei Dispositivi di protezione individuale – Dpi – introdotti dal D.Lgs. 626/1994 àFormazione + Informazione + Addestramento = Prevenzione

La Formazione è un elemento per fare Prevenzione: abbasso la probabilità del danno e quindi automaticamente abbasso il rischio (proprio perché il rischio è dato da probabilità e danno).

Il passaggio che si è fatto con la c.d. “626” è stato quello di capire che il lavoratore è un soggetto che può scegliere qual è il modo giusto di lavorare per non correre rischi: in sostanza le procedure che tutelano la sua salute.
Pertanto rimane in capo al datore di lavoro l’obbligo di informarlo, formarlo e dotarlo degli strumenti necessario al giusto svolgimento delle sue mansioni ma è il lavoratore stesso che per primo deve salvaguardare la sua salute.

Con il D.Lgs. 626/94 la Formazione diviene veramente importante e riconosciuta come lo strumento attraverso il quale se il lavoratore è adeguatamente dapprima informato, poi educato e formato per una determinata mansione è in grado di prevenire eventuali rischi.
Tant’è che, la maggior parte degli infortuni accadevano (e purtroppo ancora oggi accadono, seppur in misura minore) non tanto per la mancanza di protezioni o di sicurezza nei luoghi di lavoro in generale, ma proprio perché i soggetti non erano (e talvolta sono) adeguatamente formati.

Il D.Lgs. 81/2008 possiamo quasi definirlo una riforma…diciamo la 2.0!

Questo decreto ha coordinato, riordinato e riformato le principali norme previgenti in materia di sicurezza sul lavoro.

Elemento importante del passaggio dal D.Lgs. 626/1994 all’81/2008 è che il datore di lavoro non è più indicato tra i soggetti formatori perché entrano in vigore e iniziano ad essere riconosciuti gli enti ed i formatori, tant’è che in una primissima istanza poteva fare formazione anche il datore di lavoro ma purché avesse fatto l’RSPP (Responsabile del Servizio Protezione e Prevenzione) della propria azienda per 3 anni, ma il più delle volte delegano figure esterne, per cui il datore di lavoro si prende la responsabilità ma “utilizza” un professionista esterno (o anche interno all’azienda purché abilitato) come “ausilio” (ASPP – Addetti al Servizio Prevenzione e Protezione).

La formazione, regolata dall’Accordo del dicembre 2011, riguarda solamente la formazione di portata generale, alla quale dovrà aggiungersi quella speciale prevista dalle normative tecniche, oltre all’addestramento sull’uso di attrezzature, macchine, impianti, sostanze, dispositivi anche di protezione individuale.
L’Accordo precisa che la formazione da esso prevista “è distinta da quella prevista dai titoli successivi al I del D.Lgs. n. 81/2008 o da altre norme, relative a mansioni o attrezzature particolari. Qualora il lavoratore svolga operazioni e utilizzi attrezzature per cui il D.lgs. n. 81/2008 preveda percorsi formativi ulteriori, specifici e mirati, questi andranno ad integrare la formazione oggetto del presente accordo, così come l’addestramento di cui al comma 5 del D.Lgs. n. 81/2008”.

La Conferenza permanente tra lo Stato e le Regioni ha approvato, integrando l’accordo del 21/12/2011 relativo alla formazione dei Lavoratori, Preposti, Dirigenti e Datori di Lavoro RSPP, un ulteriore accordo relativo all’individuazione delle attrezzature di lavoro per le quali è richiesta una specifica abilitazione degli operatori, nonché le modalità per il riconoscimento di tale abilitazione: parliamo dell’Accordo Stato-Regioni del 22 febbraio 2012.
Le attrezzature, nello specifico 7, per le quali è obbligatorio l’addestramento e quindi il famoso patentino, sono: muletto, trattore, escavatore, pompa per il calcestruzzo, gru edili, gru su autocarro, piattaforma elevabile.
Naturalmente il patentino di addestramento lo deve avere chi guida l’operazione: chi dà i comandi.
Solo per questi 7 mezzi è obbligatorio l’addestramento normato, quindi un percorso obbligatorio con un monte ore specifico.

La scelta e la standardizzazione tra regioni e province autonome di percorsi formativi e quindi di tutti gli elementi di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro sono fuori dal TUSL perché se ad esempio dovesse cambiare il monte ore della formazione non viene modificato il Testo Unico 81/08 bensì l’Accordo Stato-Regioni.
Sulla sicurezza le regole sono uguali per tutte le regioni, escluso il settore alimentare (formazione degli operatori alimentari, i c.d. “HACCP).

Quindi qual è il problema oggi?

Il legislatore, in entrambi gli Accordi ha deciso di porre attenzione sulle fasi più “critiche” (nuova assunzione, cambio mansione, novità nel processo produttivo) e sulla specificità di ogni settore, perché la formazione di ciascun soggetto sia coerente con i fattori di rischio a cui è realmente esposto.

Per questo motivo tutti e due gli Accordi richiamano in Allegato una classificazione che suddivide le aziende, in base al macrosettore Ateco (ATtività ECOnomica) – sistema di codifica delle aziende sulla base dell’attività economica dichiarata dal titolare dell’impresa -, attraverso cui le aziende italiane vengono categorizzate e che consente l’attribuzione di uno specifico codice da parte della Camera di Commercio al momento della richiesta di inizio attività.
Una delle applicazioni tecniche in cui la classificazione ATECO è stata adottata con lo scopo di creare categorie di attività aziendali, è la normativa sulla sicurezza sui luoghi di lavoro; in seguito all’elaborazione e alla successiva entrata in vigore degli Accordi Stato Regione 2011, in tema di formazione sui luoghi di lavoro, sorgeva la necessità di creare livelli differenti di proposte formative, in base alla presenza particolari livelli di rischio all’interno delle aziende.
Proprio con questo obiettivo sono stati utilizzati i codici ATECO, che hanno permesso di suddividere le aziende su tre diversi livelli di rischio, consentendo di elaborare percorsi formativi specifici per ogni livello di rischio e, in alcuni casi, di assegnare anche i relativi oneri, le responsabilità e le misure di prevenzione e protezione, in base al livello di rischio di appartenenza.

I livelli di rischio sono: basso, medio, alto e sono differenziate sulla scorta degli indici INAIL, per cui più un comparto ha denunce di infortuni e più il rischio è alto.
Con l’aumentare del livello di rischio cresce anche l’impegno formativo richiesto, ma è comunque comune per tutti l’obbligo di aggiornare le proprie competenze nel tempo, ogni 5 anni.

(È ammessa la frequenza dei corsi mediante formazione a distanza).

Il T.U. è stato a sua volta ripubblicato con tutti i dovuti aggiornamenti e i dovuti allegati.

Il luogo di lavoro, non a caso, deve diventare l’ambito dove sviluppare azioni di promozione della salute individuale e collettiva e l’attenzione per il tema della sicurezza non può e non deve emergere solo quando si verificano eventi tragici; al contrario la formazione e la prevenzione sono argomenti che, a nostro avviso, andrebbero portati all’interno delle scuole per creare fin da giovani una cultura della sicurezza: l’applicazione delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro, dalle imprese ai responsabili ed addetti ai servizi di prevenzione e protezione, dai tecnici di prevenzione ai lavoratori ed ai loro rappresentanti per la sicurezza, dai consulenti tecnici ai medici competenti, dagli studi professionali alle organizzazioni datoriali e sindacali.

Il secondo Accordo Stato-Regioni si sofferma anche sugli enti abilitati a fare formazione: i corsi di formazione vanno realizzati previa richiesta di collaborazione da parte del datore di lavoro agli enti bilaterali e agli organismi paritetici; l’Accordo in questione parla anche dei soggetti che sono riconosciuti come formatori e demanda la qualifica di questi formatori ad un decreto successivo ovvero il Decreto Interministeriale del 6 marzo 2013, nel quale sono stati recepiti i criteri di qualificazione della figura del formatore per la salute e sicurezza sul lavoro individuati dalla Commissione consuntiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro, entrato in vigore il 18 marzo 2014.

Nel precedente post, parlavamo dell’efficacia della formazione che passa attraverso la scelta e la verifica di docenti qualificati e percorsi formativi ad hoc. Bene.

IN-FORM come realizza i suoi percorsi formativi?

Abbiamo un team di docenti qualificati sulla base dei criteri definiti dal decreto Interministeriale del 6 marzo 2013, cosicché risponde appieno alle richieste all’Accordo Stato-Regioni in ambito di formazione.
Mettiamo le persone nelle condizioni di lavorare con maggiore qualità e sicurezza. Tutto questo può avvenire solo se i progetti vengono costruiti in base sia al grado di rischio cui i lavoratori sono esposti ma fondamentale è che le aule vengano composte, per il modulo generale della durata di 4 ore accorpando pure vari comparti ma quando si va sulla formazione specifica – +4 ore (per il rischio basso), +8 (per il rischio medio) e +12 (per il rischio alto) –  creare aule tarate in base alla mansione che il lavoratore svolge.

Il problema sostanziale che si sta riscontrando è che nel mondo della formazione dei lavoratori gli enti accreditati, gli enti formativi o anche i singoli consulenti (che possono fare formazione ai lavoratori se chiamati dall’azienda anche senza un ente alle spalle) e i singoli formatori, probabilmente allettati dal fatto di ricevere per il servizio prestato una somma di denaro, certificano di aver fatto il monte ore previsto (sappiamo che non è corretto insinuare una cosa del genere nonostante ci siano dati reali che ne dimostrano la veridicità, non a caso di recente è uscita un’inchiesta in Lombardia riguardo una serie di attestazioni false e via dicendo).

Altro problema, ancor più serio e più sottile è che l’Accordo Stato-Regioni, è vero che va a definire il monte ore, spacchetta i diversi settori lavorativi andando quindi a definire i 3 livelli di rischio – basso, medio o alto – ma ciò su cui oggi vorremmo porre l’attenzione è che se ci si muove orizzontalmente (anziché trasversalmente), ad esempio corsi di formazione per rischio alto bisognerebbe, in aula, comportarsi in modo che si preveda un distinguo di argomenti.
I rischi, a mero titolo esemplificativo, cui potrebbero incorrere ad esempio i lavoratori che prestano servizio nelle industrie edili, metalmeccanica e chimiche sono ben diversi tra loro, nonostante tutte e tre le categorie rientrano nel livello di rischio alto. Pertanto è necessario elaborare un adeguato piano formativo, diverso per le tre categorie e di conseguenza per i propri lavoratori, in termini di contenuti.
Ma non essendoci limitazione a tal proposito si possono creare aule nelle quali si parla ad una platea di lavoratori provenienti da settori completamente diversi, seppur rientrano nella stessa categoria di rischio ma, svolgono mansioni e usano attrezzature completamente diverse.

Il precetto dal quale si parte è che i lavoratori devono ricevere la formazione giusta, coerente rispetto ai rischi ai quali sono esposti e anche in previsione di quelli che potrebbero essere gli scenari del rischio
: sarebbe opportuno anche educarli ed allenarli rispetto alla previsione di altri rischi cosicché in una situazione diciamo di “anomalia” nel luogo di lavoro, se si dovessero creare concomitate e particolari circostanze, è possibile, attraverso  l’ “educazione” evitare un rischio non previsto.

In linea con queste considerazioni, un percorso di formazione per essere efficace, deve prevedere anche momenti applicativi ed esperienziali (addestramento) proprio perché l’azienda che intende sopravvivere deve orientarsi al cambiamento così come ad un nuovo rischio dovuto per esempio ad una ridefinizione degli assetti interni.

Come interveniamo allora per ottimizzare l’efficacia di un intervento di formazione continua?

Ciò che è utile e sensato è accorpare solo la formazione generale: quindi le 4 ore di base che sono il modulo generale (uguale per tutti i settori lavorativi) per poi aggiungere ulteriori 4 ore per il rischio basso,  8 per il rischio medio e infine 12 per rischio alto: per cui le 4 ore generali è corretto accorparle in modo verticale, quindi è l’unico gruppo che puoi creare in modo omogeneo, perché nelle 4 ore di modulo base si trattano tematiche generali, quali gli aspetti della normativa, l’aspetto teorico, concetto di rischio, concetto di danno, quindi tutti quelli che sono gli elementi per capire anche come determinare il rischio in azienda e quello che serve per creare una cultura della sicurezza.
Ma il problema è che la Formazione, su questo terreno, non ha un effettivo e preciso impedimento nel poter dire “non si possono accorpare per i moduli specifici il settore edilizio con il settore metalmeccanico”.

Conclusioni

La formazione e l’aggiornamento andrebbe fatto per gruppi omogenei e ancor meglio se si va in azienda – “on the job” – perché solo sul posto di lavoro il formatore ha la possibilità di osservare tutto ciò che a che vedere con l’ambiente lavorativo per poter fare una formazione assolutamente mirata senza tralasciare particolari che potrebbero causare a lungo andare eventuali problemi di salute (es. i videoterminali dei pc se disposti con il riflesso della luce, sia naturale che artificiale, si traducono con il tempo in un abbassamento della vista).

È necessario inoltre creare una cultura della sicurezza e quindi non essere troppo settorializzati o specifici però è chiaro che ci sono settori talmente tanto diversi l’uno dall’altro che è complicato gestirli tutti insieme e la norma non vieta questa disomogeneità, spetta all’ente di formazione creare percorsi formativi mirati ed efficaci in base alla tipologia di mansione che i soggetti partecipanti al corso svolgono.

A nostro avviso l’attenzione va posta su questi aspetti e noi, come azienda che eroga corsi di formazione anche in ambito di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro (ripetiamo, obbligatoria per legge) cerchiamo sempre di creare classi il più possibile omogenee, che prendono come riferimento lavoratori provenienti dallo stesso comparto di appartenenza, quindi parliamo dello stesso codice Ateco o comunque codici Ateco similari.